Giro della Corsica in kayak - 6 AGOSTO - LA DISAVVENTURA DI CAPO SENETOSA



Sveglia alle 6. La mattinata scorre tranquilla e alle 8 sono già in acqua. Scivolo lungo il Golfo d’Arena Rossa, con la costa che fa capolino a tratti oltre la cresta dell’onda lunga.[...]



Il panorama è incredibilmente bello. Il suono ciclico e incessante delle onde sugli scogli accompagna la lunga e piacevole pagaiata.


All’uscita dal golfo c’è Capo di Muro,   



che supero con la stessa curiosità che precede ogni giro di punta. Lo scenario cambia e con esso anche il mare. Entro nell’Anse d’Orzo e dirigo la prua verso la spiaggia in fondo alla baia. Durante la navigazione passo vicino a due scogli a forma di testa di polpo,


che mi ricordano quello visto l’anno prima a Giardinelli, sulla costa est dell’isola di Maddalena. A qualche centinaia di metri dalla spiaggia scorgo la presenza di due grossi stabilimenti balneari coi tetti ricoperti di foglie di palma secche,



 di cui uno con issate la bandiere dei pirati.


Quando atterro, 


mi dirigo ovviamente verso quest’ultimo. Il locale è bellissimo. 


Il mare turchese fa da sfondo ai pagliuti ombrelloni.


Al bancone, tra un sorso e l’altro all’immancabile birra, chiacchiero con il barman. Dietro il bancone c’è un grosso specchio con riflesso un tipo barbuto e abbronzato: sono io. Non mi ricordo neppure l’ultima volta che mi sono rasato. A quel punto gli chiedo dove sia il bagno. Ritorno al kayak e dopo un minuto sono di nuovo nello stabilimento, col rasoio in mano, che mi dirigo tutto sorridente verso la porticina che mi ha indicato. Qualche minuto ed esco con un volto nuovo.


A malincuore lascio la bellissima Cala d’Orzo


 e mi incammino in un mare color smeraldo,


girando prima Capo Nero e tagliando poi tutta la Baia di Cupabia. Prima di girare la Punta di Porto Pollo, passo inavvertitamente su una secca e vengo travolto da un’onda che per poco non mi fa schiantare sugli scogli. Quando atterro sullo spiaggione di Porto Pollo ho ancora il cuore in gola. E’ ora di pranzo e ho una fame che non ci vedo. Lascio il kayak sulla spiaggia e risalgo le viuzze del paese alla ricerca disperata di un market aperto. Purtroppo l’unico che c’è è chiuso. Sulla strada del ritorno però trovo una gelateria artigianale. Spiego alla ragazza che voglio il loro gelato più grande e lei col sorriso mi prepara un enorme cono con due misere palline di gelato dentro. Le parlo in molte lingue per farle capire che voglio più gelato e alla fine me ne esco con un gelato a tre palle, due di cioccolato e una di cocco. 


Non è proprio quello che volevo ma può bastare per placare la fame, almeno per un po’. Accanto alla gelateria, fortuna vuole, c’è una pizzeria aperta dove faccio scorta di tranci di pizza (si fa per dire). Non ho potuto fare scorta di viveri nel market ma almeno ho la cena assicurata!
Quando riparto, so di avere di fronte Propriano,


Un paese molto più grande di Porto Pollo, dotato di scalo marittimo. A qualche chilometro dalla meta, la prima cosa che vedo è la sagoma di un grosso traghetto di linea.


Avvicinandomi ancora, individuo dietro il molo una grossa spiaggia, e decido di fermarmi.


Non faccio nemmeno a tempo a mettere la prua in secco, che vengo raggiunto da una bagnina con fischietto e cappellino che mi spiega che l’atterraggio dei kayak su quella spiaggia è interdetto. Come al solito questa cosa mi fa storcere il naso; perché in caso di emergenza, per stanchezza o malore, nessuno può impedire ad un kayaker di atterrare su una spiaggia. E’ da codice penale. Ma tant’è. Lo fanno in Italia, lo fanno anche in Francia. Riprendo il largo e atterro sulla più vicina spiaggetta dove consulto le mappe satellitari per individuare le prossime tappe e la spiaggia dove passare la notte. A poco più di 4 miglia c’è Campomoro, con una bella spiaggia lunga; ma penso di farcela a proseguire oltre. L’approdo successivo è 3 miglia oltre Campomoro, in una caletta rientrata. Se arrivo stanco mi fermo lì, se no, luce permettendo, c’è Cala di Conca, ancora 2 miglia e mezza oltre. Ho la batteria del cellulare scarica e non potrò caricarla fino alla prossima fermata. Riparto e mi godo la vista di una costa altissima e disseminata di isolotti fino a Campomoro,


 
dove decido di non fermarmi. Non mi fermerò nemmeno alla successiva e deciderò quindi di arrivare all’ultima caletta che avevo individuato sulla mappa, Cala di Conca. Inizio ad essere davvero stanco ma sono costretto ad accelerare il ritmo di pagaiata perché il sole è già tramontato. Quando manca meno di un miglio alla meta, mi si avvicina un gommone della capitaneria che mi chiede se faccio parte dell’altro gruppo di kayakers. Gli rispondo di no. Mi avvisano inoltre che sulla spiaggia dove sono diretto non è permesso il bivacco. Rimango ammutolito. Mi indicano la direzione per trovare un’altra spiaggia. E’ 500m oltre la fine dell’insenatura. Mi suggeriscono di raggiungere gli altri kayakers perché sono diretti proprio là. Il sole è sparito da un pezzo e inizio a temere di arrivarci di notte. La paura mi fa pagaiare fortissimo. Quando arrivo alla punta è ormai calata l’oscurità e dei kayakers, nemmeno l’ombra. Panico totale. Avanzo ancora un po’, giro la punta e li vedo, fermi, di fronte ad un tratto di costa rocciosa su cui è impossibile atterrare. Teoricamente sono più vicino di loro alla fantomatica spiaggia. Decido di non raggiungerli, per non perdere minuti preziosi. Dopo 500m però non vedo nessuna spiaggia. Solo roccia irta e tagliente. Sono istanti drammatici in cui non so cosa fare. Ho davvero paura e la paura mi offusca la mente. Mi ricordo di non avere né il cellulare carico per vedere dove si trova la spiaggia, né la lampada frontale funzionante per un atterraggio di fortuna in piena oscurità. Le tenebre mi avvolgono e non trovo il coraggio per proseguire oltre. Posso solo tornare dai kayakers, 500m indietro, o tentare l’atterraggio di fortuna sugli scogli, rischiando di danneggiare il kayak. Sono attimi di terrore come mai li ho provati. Forse solo una volta, quando da bambino mi arrampicai su un costone di roccia alto una decina di metri e persi le forze prima di arrivare in cima, rischiando di sfracellarmi al suolo. Quella volta ce la feci. Ma questa? Quando sembra tutto ormai perso, vedo dietro di me la sagoma di alcuni kayak che vengono nella mia direzione, ad un centinaio di metri. Mi giro e raggiungo il primo. E’ francese e in inglese mi spiega che il capo gruppo è poco più dietro. Non vedo nessuno, è buio pesto. Rimango fermo, impietrito. Dopo pochi secondi mi viene incontro proprio lui. Gli chiedo se sappia dove sia la spiaggia. Mi dice che è oltre la punta, sotto l’enorme faro. Gli chiedo se sia sicuro. ”Sure” mi risponde lui. Incredulo, glielo richiedo ancora e lui di nuovo: “sure”. Allora o la va o la spacca, mi dico. Mi faccio coraggio e pagaio a velocità supersonica, lasciandomi dietro il gruppo di kayak. Le pale affondano in acqua ma io non le vedo. Sono vicinissimo alla costa e non vedo gli scogli, sento solo il rumore delle onde che si infrangono. Ad un certo punto il mare arretra e si apre alla mia sinistra uno scorcio più chiaro. Ci entro. Pochi metri e il rumore delle onde inizia a cambiare. Una sagoma bassa e chiara mi viene incontro. E’ la spiaggia. E’ la salvezza. Inizio a gridare “beeeeeach, beeeeeeach” verso il gruppo. Quando tocco terra ancora non ci credo. Ce l’ho fatta anche stavolta! Le gambe ancora mi tremano. Tiro il kayak in secco. Una ad una arrivano le sagome degli altri kayakers. Mi sbraccio per segnalargli la mia posizione. In pochi secondi la paura lascia il posto alla gioia, incontenibile. I ricordi a tratti, come la luce del faro sopra di noi, di quella incredibile sera: le voci di ragazze, il bagno notturno, le tende, il rumore di stoviglie, il fuoco dei fornelli, i miei morsi alla pizza, lo sfinimento dentro la tenda.


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